sabato 13 settembre 2014

Quell'insenatura...








Quell’insenatura: bocca di leone estesa dalle pendici rocciose, 
digradanti ad est, 
e i voli di sommi gabbiani, ciondolanti e pigri, rollanti su nuvolepietre, Fico d’India svettanti tra i ciuffi di mirto e il canto continuo di cicale in amore. 
L’odore era dolceamaro, inconfondibile ed indimenticabile, tale da saggiarlo con l’olfatto e portartelo appresso, chiuso nella mente pure lontano e comunque e sempre così da sentirlo accanto e solo tuo ad ogni soffio di maestrale. Le barche come gusci alzavano le vele prima dell’affacciarsi del sole, salutavano i voli sparsi e il guizzo dei pesci scivolando costanti e meste per una bella distanza dalla riva, non so dirvi a quanto, e urlavano con l’ululare dei pescatori che gettavano le reti. Noi bambini, spesso, scrutavamo affascinati le partenze degli Ulisse e avevamo un rito per augurare loro una buona pesca: tutti, in cerchio, giravamo fino a che le barche scomparivano all’orizzonte e giravamo con le braccia alzate al cielo, verso Dio, i visi ancora pieni di sonno ma bruciati dal sole, sillabando frasi senza capo né coda. Alla fine, mentre le ultime lucciole coraggiose ma già in affanno spengevano le proprie luci in omaggio a quella dell’aurora, madre, colta nel suo apogeo; saltavamo tutti assieme per crollare sulla sabbia all’indietro, sussultando dalle risa. Ho sempre pensato che un pezzo di vita, un alito d’anima d’ogni pescatore si staccasse da lui, quando la sua barca per un qualunque motivo andava distrutta. Era come maciullare una gamba o tagliare un braccio al cristiano di turno; la sua stessa ragione era chiusa in quel guscio, nelle vele dapprima meste eppoi erette forti, vigorose, possenti, gravide di Eolo. 
Perdere la propria barca, per quei poveri Cristi d’acqua salata, voleva dire perdere la dignità, cognizione dell’esistenza. E chi non capiva questo non avrebbe mai potuto comprendere il mare sardo e quel fascino pagano, sentirlo orgogliosamente palpitare e vibrare nella propria fibra. 
Partiva dal golfo strabico, rammento, il mio mare, per adagiarsi in amplessi lenti di spume colla rena che placcava, invadeva, empiva. 
Giuseppe sfidava il vento in silenzio, ed i silenzi infiniti e pieni di muti segreti del mater pelago amante e figlio e padrone; accalcato come un lupo tra gli scogli assaporava i tormenti ed i sali, i soleluna, le voci. Perché il mare ha le voci, sapete; perché, anche se non tutti lo sentono, il mare a volte grida e ti chiama a sé, forse perché si sente solo o forse semplicemente perché, nella sua grandezza, vuole apparire ancora più grande e potente, ed allora, di tanto in tanto, s’inghiotte un agnello di passaggio. È il suo modus vivendi. Una volta rischiò anche Giuseppe di venirne ingollato, ma qualcuno lo impedì; un bue marino chissà di dove e pronto comunque a staccarlo da un Nettuno Nessuno affamato. 
Per infinite notti Giuseppe rammentò la presa vigorosa dell’uomo ai suoi capelli, lo strattonare nelle acque agitate a mulinello, il buio eppoi il riaffiorare alla vita ed alla flebile luce della notte, quel faccione giallo e immenso ch’era la luna lì, stampato sul firmamento, ed il cuore e ancora la voce del mare e il suo bisbiglio: “stavolta non ci sono riuscito, ad acchiapparti, ma domani…”.



Estratto da Lughe de Chelu (Luce del cielo e Porta del Vento), autobiografia romanzata, manifesto contro la violenza sulla donna.

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