giovedì 12 maggio 2016

Un Aneddoto, tra tanti








C’è un aneddoto legato alla mia infanzia, uno tra i tanti ma del quale la mia amata zia, ultra ottantenne, non perde occasione di parlare per deridermi. Per inciso, mia zia è quell’anziana saggia presso la quale, scherzando ma non troppo, consiglio agli amici di non mandare il giornalista rampante per un’intervista sul mio vissuto.
In realtà penso che, ad oggi, mi abbia salvato la reputazione il fatto che la zia parla prevalentemente in lingua sarda.
Rivedo una Giò di 5 anni in casa dei nonni paterni, in Lanusei, che, tra una carezza ai gatti del vicolo ed un frugare nei cassetti scarni, attende il ritorno dello zio cacciatore dalle campagne. Il buon zio, tra pernici e quaglie, porta anche un corpicino di lepre; lo lascia sull’unico tavolo tarlato della povera ma dignitosa casa di famiglia, affinché venga pulito e preparato per il pranzo.
Rammento confusamente che salii sulla poltrona dell’adorata nonna (una donnona cieca nell’ultimo periodo della sua vita; ci raccontava che la cecità era una sua precisa scelta, stanca com’era di vedere le cattiverie degli uomini), sotto la cui lunga gonna da entroterra sardo amavo nascondermi,
e presi a consolare il leprotto per la sua cattura.
Lo raccolsi piano (“Strano che si faccia toccare così...lo lascerò dormire così potrò accarezzarlo ancora e ancora e lui dormirà meglio perché capirà tutto il bene che gli voglio”), stringendolo al petto. Ancora mi raccontano che ingoiai le strette scale di vecchio legno, nove ne ricordo, per correre a nascondermi sotto il letto dei nonni, il corpicino inanime protetto tra le braccia. E così venni trovata, imbellettata su pelle e abiti dal sangue del povero leprotto che continuavo a stringere convinta che, prima o poi, con la forza delle carezze e dell’amore sarei riuscita a risvegliare da quel sonnellino che, effettivamente, stava durando troppo anche per i miei gusti
(Forse il leprotto vuole farmi un dispetto)
Quando mi dissero che la bestiola era morta e con la morte, “...Giovanna figlia mia, non c’è davvero nulla da fare...”, piansi a calde lacrime l’ingiustizia che mio zio aveva compiuto contro un innocente, quindi la bugia di un Amore in grado di poter tutto, nel mondo.
Non volli lavarmi dal sangue fino a sera e a nulla servirono i rimbrotti di nonna e zii. Mi rifiutai di mangiare: piansi rabbiosa contro qualcosa e senza sapere cosa, ma colpevole di permettere la morte di un indifeso, innocuo leprotto,
e a lungo non rivolsi la parola al mio zio cacciatore.
Oggi rido di questo aneddoto; forte emblema o forse profezia, preludio di ciò che, poi, sono diventata con la maturità.
Pure penso che gli incontri, nella vita, non accadano per caso. Desidero ringraziare tutti Voi, dae coro et alma, di cuore e anima, per gli auguri ricevuti in pubblico e in privato; con la calma che meritate leggerò il Tutto. Grazie a quanti hanno ricordato che il tempo passa meglio se con gli amici, che se siamo al mondo non è un caso, grazie a quanti hanno mandato fiori, video, foto o poesie e in tutte le lingue che in realtà sono la stessa, quella del sangue: grazie, grazie a tutti. Del resto io non sarei o meglio, non sarei la stessa senza queste vostre costanti dimostrazioni di stima, e negarlo è pura ipocrisia. In Sardegna diciamo “A chent’annos, cun saludi e trigu...”.
Questo è il mio ringraziamento per tutti voi: che ci si possa ritrovare fra ‘cento anni’ in salute e fertilità ma, soprattutto, con le stesse purezza e sincerità dell’oggi.
E che fra ‘cento anni’, ancora, io riesca ad abbracciare quel leprotto e proteggerlo con identica energia; pronta a sanguinare, pur di essere liberi.












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