venerdì 10 giugno 2016

Buffet, Pantacollant e Telefoni irraggiungibili








Odio i buffet. Quasi quanto odio parlare al telefono, con buona pace di amici ed editori che, so, mai si faranno una ragione per questa mia avversione alla tecnologia.
Del ‘buffet’ riesco a detestare anche il termine. Forse si dovrebbe utilizzare, in lingua italiana, un modesto ‘pasto veloce’, anche se mi rendo conto che etichettare come ‘veloce’ un pasto italiano è già paradosso.
Concediamoci dunque una...’sveltina calorica’.
Odio le Sveltine Caloriche perché ritengo che ogni pasto rappresenti o debba rappresentare un rito propiziatorio e sacro, da godere con calma, possibilmente lontano da sguardi indiscreti, da condividere con la famiglia o i veri amici;
un lungo, sospirato orgasmo.
Il bello delle Sveltine Caloriche è che, a mio parere, sono rivelatorie di tutta una umanità felliniana, grottesca, politicamente ancora troppo corretta e nonostante:
buffet panze e seni, tubino charmant e pantacollant a lustrini, labbra fucine d’ispirazione godereccia. Saziarsi in piedi ciondolando come gatti bagnati, accapparrarsi il massimo possibile cercando, inutilmente, di passare inosservati è, per noi italiani avvezzi al pranzo che finisce quando comincia la cena, fortemente indicativo dell’autentica indole dei commensali.
C’è chi sopporta un reading solo per mangiare al Post reading, chi dice di aver letto tutte le tue poesie quando invece hai pubblicato saggi, chi spinge il vicino per il riso mentre domanda l’autografo, chi non sa dell’ippogrifo e chi sta in un angolo con espressione offesa, chi odora di dopo barba e se la tira coi camerieri perché la matriciana è fredda, chi odia il cous cous e chi vorrebbe il salmone e racconta che ha adottato due bambini a distanza, chi è convinto che i cinesi puzzino e i neri sono al mondo per rubare lavoro agli italiani. Chi non sa perché è lì ma intanto c’è, chi preferisce la ricotta siciliana al volto della Gioconda, e non ripeterà l’esperienza culturale.
Durante i miei movimentati buffet internazionali ho particolarmente avuto a che fare con quella specie protetta di 'Poetesse' da chignon e tacco chic che, al momento di svuotare il piatto, perdono ogni grazia.
Ecco: loro, si...loro. Meravigliose.
Amo spiarne i movimenti più di quanto amo mangiare, il che è tutto un dire;
mangianobevonoparlanoridono come fanno l’amore, penso puntualmente,
le immagino in déshabillé e ne rido tra un crostino e l’altro. E l’accompagnatore di turno, con sguardo vacuo, avvalora i miei sospetti.
Ignobilmente bellissime, navi scuola alla deriva, maschere, e promettenti pure le figlie:
in loro l’italianità di un popolo che fa (o è spinto a fare; costretto dagli eventi, da un Sistema che ha fatto di apparenza, ignoranza e individualismo i suoi punti di forza)
catarsi col cibo, col rossetto fashion.
Durante gli eventuali, futuri buffet che ci vedranno assieme vi prego,
non mangiatemi davanti.






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