domenica 11 dicembre 2016

Ciò che ero, e Tu sarai








(...) Non avevo compiuto dodici anni e sembravo più piccola: un passero in inverno, magra magra e senza un minimo accenno di femminilità se non in quei capelli lunghi ed eternamente spettinati da zingara, gli occhi in febbre, l’incarnato troppo scuro anche per una isolana.
La nonna era quella che si dice una guaritrice, ma fervida credente: ogni giorno per lei era buono per andare in chiesa e pregare; fino a quando non perse la vista. Diceva che non voleva più guardare il male degli uomini ma in realtà era accaduto dopo la terribile morte del suo figlio più piccolo, il più gioviale fra tutti si racconta, finito schiacciato da un masso di granito nel cantiere dove, occasionalmente, lavorava come operaio.
Mia nonna, maga per gli altri ma non per se stessa, ripeteva che avevo ereditato da lei il dono di guarire con le mani e le parole; quel suo dono lo regalava a quanti ne avevano necessità per l'artrosi, il Fuoco di Sant’Antonio, malocchio e fatture d’amore, per sanare il bestiame dai vermi.
Io mi rifiutavo di entrare in chiesa, nonostante facessi parte e da sempre dell’azione cattolica locale.
-Sei una strega- mi rimproverava mia madre con la cattiveria accentuata dalla sua schizofrenia, e cercando di ordinarmi anche le idee mi tirava i capelli in una coda che puntualmente scioglievo quando uscivo di casa. Abbracciavo gli alberi e mi piaceva l’odore del muschio, parlavo con gli animali coi quali avevo, e ancora oggi mantengo, un rapporto che oserei definire privilegiato.
Durante il tragitto per andare a scuola spesso incrociavo il sentiero con cavallette o rospi semi storditi dal clima. Li raccoglievo per portarli in classe, terrorizzando le mie compagne e divertendo i miei amichetti, ma guai a loro se avessero provato a ferire i miei protetti; ero capace delle sfuriate più becere, per difenderli.
Facevo un sogno, tra i più frequenti: vedevo il Cristo in croce, mi parlava ma non ricordo cosa dicesse. Solo, gli domandavo perché stesse lì, sempre appeso e in sofferenza. Gli dicevo Dài scendi, mangia qualcosa, divertiti un poco eppoi ritorna alla tua croce se vuoi. Nel frattempo, sempre se lo vuoi, io ti do il cambio.
Rammento che l’ultima volta che feci questo sogno
–crescevo, stavo entrando nel mondo degli adulti-, il Cristo scese dalla croce. Io, come promesso, ne occupai il posto con timore e riverenza, lui uscì dalla camera e, probabilmente, ancora gira per il mondo, questo nostro mondo senza speranza, alla ricerca di una umanità davvero degna.
Avevo raccontato il sogno in casa: mia madre mi aveva guardato inorridita ripetendomi quel suo ‘Strega, sei una strega!’, mio padre m’aveva fissata in silenzio, con aria preoccupata. La mattina seguente mia madre mi aveva portato dalla parrucchiera per farmi tagliare quei “Capelli agresti da zingara, che chissà da chi hai preso” e dopo, guardandomi allo specchio, a stento avevo trattenuto il pianto, senza comprenderne il motivo.
Mi aveva obbligata a farli tagliare due volte l’anno per ogni anno,
fino a quando compii diciotto anni e cominciai a decidere sola, cosa tagliare della mia vita e cosa no (...).







(Estratto da ‘InFrAmmentos di Me’, autobiografico)





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