domenica 19 marzo 2017

Eri mio Padre






Mio Padre... .Prima di morire mi aveva ripetuto "Ricorda da dove vieni. Non Chi Sei, ma da dove vieni.". Il pomeriggio in cui lo seppellimmo era un primo di giugno troppo caldo e odoroso di ginestre. La notte precedente avevo fatto un sogno di insetti: migliaia di scarafaggi dalla corazza lucida gli uscivano dalla bocca per invadergli il volto dello stesso colore e il movimento del mare a dicembre.
E le campane picchiarono comunque le ore, durante il giorno della sua sepoltura, come in tutti gli altri giorni che erano stati, e in quelli che sarebbero venuti. Nulla era cambiato, forse neanche io: la vita continuava, grazie alla vita.
Era di maggio, ricordo, avevo otto anni e camminavo diretta alla scuola. Prima di arrivare dovevo attraversare un pezzo di campagna agreste sarda, la tanto fotografata dai turisti annoiati, in quel periodo dell’anno in piena fioritura, fragrante di terra umida, rugiada. Cartella sulle spalle, avevo l’abitudine di camminare a testa bassa per cercare quadrifogli, andavo cianciando alle amiche dell’Azione Cattolica. Vidi un uccellino morto, buttato sul ciglio della strada. Un dettaglio comune se vogliamo e di cui, diversi anni più tardi, avrei scritto in ‘Mi chiamo Cecilia’. L’uccellino lo ricordo ancora oggi talmente bello nell’orrore, nella fissità della sua morte. Imponente, quasi. Di colorito spento, il corpo martoriato, invaso da formiche e parassiti ma la morte, spogliandolo di ogni dignità, in realtà lo rendeva assai dignitoso, un Re in esilio: nella fugacità dell’attimo rappresentava per me un guerriero che aveva perduto, combattendo ferocemente, la sua battaglia fondamentale ché l’ ultima.
Orgoglioso, ali schierate e piume strappate, seminate attorno, ancora e nonostante in trincea.
Il suo onore mi colpiva, attirando un’ ammirazione che a distanza di tempo oserei definire morbosamente malinconica: accerchiato, presidiato ma lui, eroe di tempi ed eventi, lì continuava a stare, imperterrito e orrendo, sfacciatamente fisso, testardo, ancora padrone di un campo di battaglia dove, ne ero certa, si era battuto fino all’ultimo respiro.
Pensai che doveva essere caduto in volo. Non so perché, ma in quell’istante lo pensai. Facile preda di un falco, forse.
O perché forse un vero Eroe può cadere soltanto volando.
Ed eccoti qui, mio Re: a lasciare che sia l’orrore della realtà a parlare del tuo orrore.
Deriso dalla vita, sfigurato dalla morte mentre il Tutto attorno, mondo indifferente alla tua carne e ad un’ essenza -se mai c’era stata o c’è, in lui e in noi-; si affollava di erbe e fiori nuovi, odori, umori all’attenti della primavera. Un mondo-sistema creato per deridere il più debole, macchina-sistema a sfigurarlo, a trasformare in eroismo la normalità di un uccellino che, probabilmente, niente altro domanda alla vita se non di essere ciò che è: un uccellino.
Rabbiosa per l’insensibilità diffusa, avevo calciato terra e sassi addosso a formiche e parassiti inutili.
Ecco...pensai a quell’uccellino, il giorno del seppellimento di mio padre. Ci pensai spesso.
E pensai a quel mondo sistema, quando misi piede in latinoamerica; l’unico modo per difenderci è, anche qui, camminare diritti.
Nonostante gli zoccoli.






(Estratto da ‘Nocturno Oltre Confine’, 2015, diario di viaggio in Amazzonia, Latinoamerica e isole Canarie)




1 commento:

  1. Inermi di vittoria, e lucenti di paura: attendiamo il canto ultimo nel dinamismo aspro di una solitudine-abbandono, sempre più cinica e volutamente oscura. (Bellissimo il commento alla morte-passaggio di tuo padre - il mio è ormai due anni, e mia mamma : appena quattro mesi - sono rimasto "vittima" di questa solitudine-abbandono; per troppa sensibilità, per troppa paura, per troppo essere ciò che non si vorrebbe ... ma si è : Fiori recisi di un canto lontano; nell'abisso del tempo che ci fa' corpi animati da un "mistero" troppo grande, troppo vuoto, troppo indicibilmente ineffabile : e si è ? Si è malgrado ciò.

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