mercoledì 28 giugno 2017

Piante feconde ed erbaccia







Rammento un sogno fatto diversi anni fa, poco prima che venissi a vivere in Lanusei. Zappavo, rovesciavo con energia le zolle di una terra arida, dalla quale spuntavano grossi limoni. Bellissimi, lucidi e colore del sole ma talmente acri che, perfino in sogno, l’acididità traspariva attraverso l’odore.

E nonostante io, testarda, continuassi a dissodare con vigore e positiva energia; vedevo attorno e sotto me solo limoni: una infinita estensione di teste gialle sulle quali potevi camminare o inciampare non so, comunque pestare e nulla ti cambiava o cambiava in questi: fermi restavano nel tempo, nella sterilità propria e del panorama ché, sappiamo, di limone non è possibile vivere.

Ora, anche il seme migliore, posto in un terreno marcio, può perire. Nella vita ho spesso verificato come anche il più brillante tra gli uomini, se immerso in un contesto legato ad ignoranza bieca, lentamente e, se non attento, inconsapevolmente; viene sommerso dalle paludi esteriori quindi intime, certamente in rispetto a due principi di assonanza che sono contiguità e simpatia: il prossimo agisce sul prossimo, il simile agisce sul simile.

Un Uomo come Seme dunque, che assume le qualità – o i difetti- del terreno in cui è piantato, che quando mal germogliato difficilmente potrà essere sradicato. Le piante migliori, o le più promettenti, vanno protette durante crescita e vigore, ‘preparate’ alla Vita e al proprio compito nella stessa, che tempo ed eventi riveleranno. Piante coltivate anche e soprattutto in silenzio: che ‘l’erbaccia’ non sappia e non senta Dove, Quando

è possibile succhiare, riprodurre nutrimento.
 
 









(da ‘Riflessioni, Pensieri’)






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