martedì 22 agosto 2017

Il tempo non l’aveva plagiato, quel porticato claustro








 
Grano appresso a grano, di quel rosario, lo sguardo severo e carezzevole scivolava sulle colline al di là del finestrino unto, annuvolato dai respiri. Il moto della corriera subì un sussulto e i viaggiatori con essa, un gregge si spezzò in tre irregolari ali di cenere. Il mezzo fermò sull'inesistente ciglio della strada troppo stretta, al riparo sotto un ponte offeso da tempo ed elementi.
Giona raccolse la borsa, indossò quel cappotto di una misura più grande e strinse al seno il rosario, che le dita avevano torturato per l’intero viaggio. Sorrise all’autista quasi scusandosi per il distacco; salutò, scese. La corriera ripartì dando di clacson. La monaca abbandonò l'asfalto, procedì spedita lungo un sentiero che partiva alla sua destra e che sbrogliava nella campagna agreste, infagottata dalle prime nevi. Un cane latrò in lontananza, il sole già scarso prese a celarsi tra felci e cespugli di rosa canina, dietro nubi gravide. Il vento gelido prese a soffiare con maggiore forza. Giona trattenne il fiato, incespicò un istante su di un tratto di terra ghiacciata, sospirò e strinse i denti, alzò le pupille inquiete al cielo cupo e subito le calò, soggiogata. Finalmente vide avvicinarsi le prime case. Doveva arrivare prima che facesse buio, prima che… .
–Non impedirmelo, Signore, ti prego. Non questa volta...– sussurrò, aumentando il ritmo del passo.
Davvero il tempo non l’aveva plagiato, quel porticato claustro con una vite tenace che spuntava colle radici ingorde tanto da far domandare al viandante chi mai avesse potuto, e con quale coraggio, piantarla proprio in quel preciso punto: diramava per l’intera parete della casa a più piani lasciando scoperte, come occhi di civetta, le due finestre; una che dava sul selciato, l’altra sul cortile interno della proprietà, appena sopra una sghimbescia ruota di carro ed una corda logora, forse destinata alla biancheria. Un gatto bianco dormiva oltre il vetro, Giona lo vide stiracchiarsi e arcuare il dorso, leccare indolente il pelo.
La monaca sfiorò inavvertitamente un piccolo vaso incagliato tra i ciottoli, probabilmente per sgravarne la malinconia, e si fermò, incerta, dinanzi al portone di legno scuro, rachidinoso e smunto. L'incorniciava il granire furioso di un caprifoglio; ancorava il fusto tra le pietre e la nicchia di una Madonnina con le mani giunte, il volto cereo come le vesti, impantanate da ragnatele e spini. Tra la testa della serpe e il tallone della Vergine stava un fiore in plastica di rosa camunia.
Per spiare ciò che celavano le altre finestre della dimora, tutte comunque nude all'apparenza, dovevi salire un alto gradino, arrancando attraverso mura scrostate ed unte. Si uncinava lo spazio a caso o una trave sporta più del necessario e, in bilico fra terra e cielo, raggiungevi con lo sguardo anche la masseria Pulina: migravi fino al mulino di Pascale Pes e fratelli quindi, superate le falde del lago Baratz, affondavi nella valle prosperosa di sugheri, ulivi, greggi e vitigni protetti dal gelo, tagliuzzata (erano cicatrici senza inizio nè fine) da numerose stradiole ch’io non so se definire redole o tramiti, ora piane ora scoscese, ora sinuose all’inverosimile.
A tre-quattro chilometri a sinistra della masseria, procedendo cauti attraverso sentieri immersi in selva cisposa di mirti e biancospino, coi corsi d'acqua che facevano la voce grossa soltanto al declinare dell’inverno; sbucavi in uno spiazzo di terra nera, brulla, nei silenzi agri di giugno occultato da cicale e rosmarini, figlio di una quercia solitaria della quale nessun uomo avrebbe saputo e potuto rammentare l’origine.
Laggiù era e laggiù sarebbe rimasta ché ai pastori, ai loro padri e ai figli solo questo bastava: che fosse piantata, sempre ferma al suo posto durante le giornate in cui nulla procedeva come avrebbe dovuto. Serviva, la Grande Madre, a ritrovare la speranza e pensare che la vita, dopo tutto, è come una foglia: oggi ciondola legata al suo ramo, ma in autunno appassisce, si stacca e cade perché il Tutto necessita anche di te, per continuare.
La vita, la vita... . Oggi va male ma domani, per fortuna o grazie ad un Dio, c’è una croce diversa.
Ai bambini, durante le serate tiepide, bastava accucciarsi tra le pietre muschiose con le braccia conserte e le ginocchia piegate al petto; imitavano i fischi del merlo, dei passeri smunti. Una fisarmonica, forse dal paese, uggiolava tristi nenie; i mocciosi spiavano il ronzare pindarico di una vespa e le donne che, curve, ritornavano dai campi. Comprendevano così i loro anni, nei quali bastava soltanto capacitarsi del vento fra i capelli... .






Estratto da 'Lughe de chelu' ('Luce del cielo e porta del Vento'), autobiografia romanzata, pubblicata in terza edizione per gli States da La Case.




1 commento:

  1. Ricordo che l’autobiografia romanzata 'Lughe de Chelu e jenna de bentu' (‘Luce del cielo e Porta del Vento’), manifesto contro la violenza sulla donna, è stato pubblicato in terza edizione anche negli Stati Uniti, per La Case.
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