martedì 31 ottobre 2017

La mia Nuoro, quella de 'su mortu mortu'








‘Su mortu mortu’ lo chiamano a Nuoro, la mia Nuoro. Le vecchie della zona, acciambellate in scialli troppo leggeri e scuri, narravano che durante la notte tutti i morti sarebbero ritornati in terra per danzare tra noi, e potevi vederli saltare e fare salamelecchi, potevi ascoltarli ridere dinanzi alle chiese campestri, le sconsacrate, o attorno ai nuraghi, uniche sentinelle, assieme ai pastori, di questa terra amata e mia. Volteggiavano in cerchio, e c’era tuo nonno e c’era mia madre che c’invitavano a danzare, e mai dovevi unirti al loro ballo: ti avrebbero stordito, acchiappato, fatto entrare nel circolo e, dopo, non ne saresti più uscito; destinato a danzare fino alla fine dei tuoi giorni e dopo. Così si raccontava che fosse finita la figlia del farmacista Loi, scomparsa una notte e mai più ritornata. Il vento, di questo periodo, soffiava già testardo: bussava alle porte col latrare dei cani, e il gelo anticipava gennaio; sferzante era la pioggia che cominciava a prepararci a ciò che sarebbe stato, e venuto; in verità non rammento un primo di novembre nel quale non venivamo infagottati, noi bambini, come alberi di Natale, nascosti al resto del mondo, quel nostro mondo che si fermava dove cominciava il mare. Imbacuccati tra sciarpe, guanti e cappelli di lana, un poco come siamo tutti noi sardi, di fronte agli altri: caldi, ma sulla nostra: comunque chiusi, protetti in quell’unico spazio, il nostro e solo nostro, che pare proteggerci dalle invasioni aliene, dal voler penetrare anime che, in realtà, sono serrate a loro stesse. Nella nostra isola la vita è altro: un utero altro, protetto da Janas e Matzamurreddu, fiero della sua verginità, o forse no. Patrigno, avido coi suoi figli.
Di una sola stagione, fatto di canti di gallo e campana di chiesa, pane caldo di forno quando va bene. Di madri, come le nonne, a bisbigliare preghiere e Santa Nastasia nàschida in mesu de campos: Deus nos salvet de tronos e de lampos; solo il vibrare della bocca percepisci. Ricordo un fiume, in quel paese dove ogni voce volava prima che gl’ interessati la lasciassero volare, dove prima che realtà diventasse era già parola. Il corso d’acqua si divincolava tra campi coltivati a pomodoro, vigne e patate, oltre un muro innalzato a secco, grezzo, ricamato da sforbiciate di terra, tre o quattro, non porto memoria del numero.
Nonna raccontava di una giovane che, appena sedicenne, era venuta dal mare: nona figlia di nove figlie femmine, tutte nate di luna piena. Aveva tatuaggi sul mento e nelle guance, camminava circondata da un nugolo di farfalle colorate, unica sopravvissuta alla grande pestilenza. Era bella, di bellezza fiera e aspra, come la mia isola. I seni e i fianchi robusti, pelle olivastra, occhi di aquila ardente e labbra tumide, i riccioli scuri, selvatici. Vero è che in comune con l’isola di Malta, le Baleari o la Corsica, la Sardegna, terra geologicamente più vecchia d’Italia, fu una delle ultime a ricevere l’uomo. E un giorno, quelli che sarebbero divenuti i suoi popoli, arrivarono dal mare: forse avventurieri dall’Africa caduti qui per caso a mò di Dei in templi nuovi, forse per scelta, chi lo sa.
In questa isola aspra di rocce e di venti, dove fumavano vulcani.
Le rane, invece…in estate e dopo la pioggia cantavano più forte, quando anche il mirto odorava, il lentisco si vestiva di quel verde brillante che attendeva, ancora, un nuovo Natale.
E innoghe bos lu naro e innoghe mi nde nego. E qui ve lo dico, e qui ve lo nego.


1 commento:

  1. ...E innoghe bos lu naro e innoghe mi nde nego. E qui ve lo dico, e qui ve lo nego.

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