venerdì 20 ottobre 2017

La mia Turchia, piena di Grazia (lasciate il pregiudizio, o Voi ch’entrate)







Serdar, Reyyan, Jordi, Ayşenur Kara, Caylah e Kerry Shawn...Quanti nomi e quanti cuori porto, ora, nel mio; e già mi domando se basterà, così piccolo, a contenerli tutti e uniti, come meritano e come esige la Poesia del vivere. Dopo oltre dodici ore di viaggio, scali aerei e fusi orari, la Turchia ci accoglie dolcemente nel suo ventre, odorando di tarda primavera. Istambul scioglie l’antitesi tra due grembi umani e culturali; lo sento come quel canneto vivo da cui è stato tagliato il flauto della vita, per usare una celebre immagine di Jalāl al-Dīn Rumi, fondatore e maestro dei mistici islamici sufi dervisci. E’ metropoli tesa in un pendolarismo (pendolo come parabola della visione del mondo) tra Oriente e Occidente: il visitatore respira una costante simbolicità barocca, la popolazione porta incolume la capacità di stupirsi per il quotidiano considerandolo epifania del mistero e del divino e, ancora, stempera l’attitudine a valutare giornaliero e ovvio il miracolo.Tra colline a seni di donna le moschee, centro della vita sociale della comunità musulmana come pure, al tempo del Profeta e dei Califfi, sede di attività politica e diplomatica. Si elevano ancora tra case e grattacieli come crogioli di luce e oro; una torre o più scorgi migrare al cielo, senza violentare ambiente ed occhio come alcune chiese occidentali che forse credono, illuse, di fare tristemente a gara l’una con l’altra perché la prima è più moderna e la seconda, forse, più ampia. Chiese che a volte sono rappresentazione stessa di quanti le hanno fatte edificare, o soltanto del Pastore che le abita: “Hey Signore, sono qui...Ci sono anche io eh!?!”. Come se Lui, Il Signore, la Vacca Sacra o l’Albero Madre degli indigeni amazzonici siano, e se davvero sono, predisposti a dimenticare quanti hanno scelto di mettere al mondo; di conseguenza occorre richiamarne l’attenzione dando miglior mostra dell’umana specie e meschine attitudini (Siamo in grado di costruire tutto questo per Te, in conclusione meritiamo tutto ciò che puoi mandarci...). Dal minareto che lievita con terminazioni appuntite, a cono (il termine deriva dall'arabo "al-manàrah", cioè torre portante luce; un faro) il mu’adhdhin cinque volte al giorno chiama alla preghiera i devoti; mi dicono sia forte, in loco, la presenza di slavi islamizzati. Sono ben 353 le Bandiere Blu (riconoscimento internazionale alle spiagge più meritevoli del mondo) che sventolano in Turchia, 130 in più rispetto all’Italia. Ammiro quegli agglomerati sparsi di pini e abeti, salici e fichi: l’acqua qui non è un problema. Il verde è rispettato e amato, si alterna compulsivamente come a rilassare la visione dai potenti grattacieli, dalle insegne dei centri commerciali.  Stordisce, il traffico costante di TIR e auto di grossa cilindrata: vedo BMW, Mercedes Benz, Range Rover, Vissan, tutte in ottime condizioni e una appresso all’altra; ciò che appare anche al visitatore più distratto è una vera e propria concessionaria fashion en plein air. Durante gli spostamenti lungo la Nazione avrò visto si e no, esagerando, una decina di auto mal ridotte o di modesta dimensione; tutto porta a pensare ad un agevole mantenimento delle stesse, in ogni modo ad un contesto socio economico medio alto. Si alternano lungo il tragitto le stazioni di rifornimento targate Lukoil, Turkoil o Milangaz, mi si spiega che il prezzo medio del diesel nel Paese oscilla sui 4.57 Turkish Lira, che corrisponde a circa un Euro. Attorno ad Istambul s’innalzano le ciminiere fumanti, sul mare conto un paio di piattaforme petrolifere e oltre venti metaniere, navi da carico specializzate nel trasporto del gas naturale liquido. Gli amici dicono che la crescita economica del Paese era prevista, per il 2017, al 3%; è arrivata ad un 5%. Si afferra la potente tensione politica internazionale per una Turchia fucina di oro nero; da ultimo si intende quel tentare, In e Da parte dell’Europa, di mantenerne una sembianza distorta e scellerata tramite i consueti media viziati da matrice imperialista. Penso alla realtà del Venezuela, distorta continuamente dai media europei e credo, sono convinta, che anche la Turchia si salverà per l’autorevole sfera identitaria che la contraddistingue, per l’ ammirevole amor di Patria infuso sulla popolazione fin dalla più tenera età. Rifletto su la mia Italia in caduta libera, etica, sociale e politica; dove in troppi dimenticano -o forse mai hanno conosciuto- il senso stesso della parola ‘Patria’. E sono questi i Senza Casa; questi (e il dettaglio, perdonatemi, non finisce di stupirmi e divertirmi) da vero terzo mondo, abbarbicati a caverna e le sue ombre. Eppure il sole è...fuori amici miei, lo è sempre stato. Fuori dai fantasmi della paura e del pregiudizio. Ma servono coraggio e volontà, per poterne godere. La Banda musicale della Città di Sapanca, la cui fondazione risale, mi dicono, all’Impero Ottomano; ci allieta con musiche locali che trascinano mistici echi del deserto e, tra un brano e l’altro, mi dedica un “Quando, quando, quando” che con Gabriel cantiamo, combinando spudoratamente gli idiomi, assieme agli altri poeti del Festival. I nostri impegni si alternano senza sosta tra università e teatri, accademie e parchi, scuole pubbliche e piazze, caffè letterari. Il pubblico è caldo, numeroso e curioso; in ogni appuntamento siamo seguiti e sostenuti dai rappresentanti politici locali di cultura: qui la Cultura e l’Arte sono rispettate e amate e la Nazione, attraverso benessere, integrazione e conoscenza, se ne fa specchio. -Ciò che viene detto su di noi in Europa è una bugia.-. Fatima mi fissa; gli occhi neri addolciti dall’eyeliner, sotto il velo, parlano. Beviamo the su the, tramite tipici bicchieri in vetro che paiono piccole, squisite anfore del deserto. The fumanti, alla rosa canina o alla ginestra, ingentiliti col miele locale. Nei dessert ritrovo i gusti adorati della mia America Latina, le torte di zucca o i budini di pane e caramello. In Turchia il cibo è come la popolazione: attenta ai dettagli, aperta alle influenze culturali esterne. Offrire cibo e condividerlo non è l’ingozzarsi tipico dell’italiano; quell’obesità malata e veloce, il neo mediterranean fast food già tarlo dell’intero Occidente. E’ onorare l’ospite, donarsi e rispettarlo: si porge il cibo su numerosi vassoi di ceramica locale di modeste dimensioni, tagliato a pezzi piccoli, con cura, circondato da salse speziate e formaggi al miele, foglie di vite arrotolate e bollite con carne, da pani al sesamo. E’ innaffiato da yogurth bianco, vini robusti e succhi di ciliegia. Lo stesso pane carasatu sardo, evidentemente adottato da noi barbaricini, lo scopro nato in Turchia almeno due secoli prima. Possiede identica consistenza, medesimo sapore, uguale utilizzo. Le mani di Fatima gesticolano con grazia; è giovane e bella, di una bellezza che mi sa di antico e sensualmente femminile nonostante gli abiti lunghi. La sua seduzione -paradosso, per noi occidentali- sta nel coprire: quello che mostra e che mi fa innamorare, in realtà, è la sua mente. -La famiglia non ci obbliga a seguire la religione, a mettere il velo. E’ una libera scelta- sorride,  -... E i veli che indossiamo sono tutti diversi si, anche questi a nostra scelta... Per noi mettere i veli uguali è come per voi donne europee forse, quando vi ritrovate ad una festa con lo stesso vestito di un’amica-. Apprendo il dettaglio più semplice eppure sottovalutato, avvisandolo per la prima volta dentro: ciò che noi europee possiamo scambiare per rispetto, come l’indossare un velo nei panni di ospiti rispettose in Terra aliena, diviene l’offesa più grande. Non si identificano millenni di Fede attraverso un foulard che ognuno, credente o meno, può indossare per vezzo o apparente accondiscendenza; si crede o non si finge, e ciò che si è si rispetta. Nulla di differente, pertanto, dalle vezzose velette nere, o da quegli abiti ritenuti generalmente consoni che, alle donne, vengono richiesti se in udienza innanzi al nostro Pontefice, o durante certe funzioni religiose. Buoni e cattivi, giusto e ingiusto che siano ritenuti da altri uomini, tutti assieme sotto lo stesso sole, come se il filo nero ed il filo bianco di un telaio fossero insieme intessuti. E quando e se si rompe il filo nero, il tessitore dovrà rivedere tutta la tela, e dovrà esaminare anche il telaio*. Le donne, in Turchia, non scompaiono dietro “...Prepotenti figure maschili, padri, fratelli o mariti che le obbligano alla cucina, alla preghiera e al letto”, come ci viene inculcato morbosamente in Europa. Le vedi camminare, ridere e scherzare anche in periferia e a notte fonda, accompagnate dai loro bambini o da altre amiche; e qui rammento le mie Sorelle Saharawi, in Portogallo o alle Canarie, davanti all’Oceano che ogni tanto odoro e ovunque io mi trovi, nonostante la lontananza fisica. In Turchia le donne vestono come noi occidentali, chi col velo e chi no, chi col burqa e chi no; per libera, e sempre rispettabile, scelta. Godo delle bibite locali, continui passaggi di infuso di the col miele e foglie di menta fresca, con gli amici poeti cantiamo, componiamo disastrose liriche ‘in diretta’ e ne ridiamo. A tratti il tempo si spezza, con notizie politiche e sociali dalle altre Nazioni e inevitabili passaggi di whisky delle migliori distillerie; più avezza al vino tinto mollo il giro, ridendo con la voglia di piangere; meglio dormire che ascoltare quanto noi europei moriamo di fame e bugia e senza saperlo, vado a dormire si, lasciatemi stare ci vediamo domani e vi voglio bene, mio marito mi raggiunge, beato, qualche bicchiere dopo. Il caffè è acre, potente, non sa del bruciato del nostro espresso. Così gustoso l’ho assaggiato solo in Colombia; due sorsi e ritorno al mondo. Le strade principali sono incrociate dai vicoli dei mercati popolari da mille e una notte, con pregiati tessuti e gioielli etnici, spezie e ancora spezie. Se in Inghilterra m’infastidiva l’insistente odore, tra le case, del classico fish & chips; qui mi seduce l’aroma intenso e costante delle spezie: dal curry alla curcuma alla cannella. I ragazzini corrono da un negozio all’altro con vassoi carichi di bicchierini di the bollente, tavolini bassi sono poggiati alle pareti e anche il turista può venire invitato ad accomodarsi per un the e quattro chiacchere coi locali, venditori di pane dolce zigzagano, attirando clienti tra le auto, i taxi e i bus. Per le strade non noto più posti di blocco di Polizia di quanti possa riscontrarne un cittadino dell’Unione europea; comunque non avverto l’alienazione tirannica esercitata sulla Massa, a detta dei soliti portavoce di terrore mediatico. Non il controllo ossessivo e la censura dei testi vissuti, ad esempio, in Amazzonia, alla Triple Frontera, coi soldati in mimetica ed armati fino ai denti, fermi ad ogni angolo di strada. Sulle nostre teste, tra sole e nuvole, enormi albatros. Il rispetto generale per gli animali, qui, è lapalissiano: i cani randagi sono monitorati attraverso microchip e nutriti dalla municipalità, fuori dai locali commerciali è facile vedere delle bacinelle piene d’acqua che cani, gatti o colombi utilizzano per dissetarsi; i randagi, di norma, si aggirano senza timore, puliti e pasciuti in mezzo alla gente. Le tipiche case turche sono legnose, a due piani, i pavimenti ricoperti dai tappeti, le camere, basse e intime, rischiarate da lampioncini rotondi, in vetro. Prima di entrare, ci viene domandato di toglierci le scarpe e lasciarle sull’uscio della dimora;  ci vengono fornite delle pantofole. Penso che è un poco come lasciare fuori, lontano dalla famiglia ospitante, quello che è il cammino di ognuno; la strada percorsa o almeno la parte più faticosa, e fangosa, del sentiero della vita. Dentro porti soltanto te stesso, in mezzo al calore della famiglia che ti accoglie, ma ne devi essere degno. Mi colpisce il fatto che anche le dimore più modeste, comprendenti piccoli e graziosi prefabbricati (nella Nazione ne è fiorente il mercato) in stile Alta Baviera costituiscono un tetto per quella fetta di popolazione evidentemente più umile della Nazione; quella che in Europa è rappresentata dalla trista, emarginata baraccopoli. Per dirla alla Gibran, la pietra angolare del Tempio non è più elevata della pietra più bassa delle sue fondamenta. Non vediamo ghetti: i palazzi popolari o le umili dimore si ergono unite alle altre di più ampia dimensione ed eleganza, quindi ai grattacieli dalle immense vetrate. Certamente e ancora di esempio per quella parte di mondo sterile e classista che, imperterrita e impunita, continua a confondere l’essere con l’avere. Vero è che l’applicazione di una buona politica di rappresentanza estetica rappresenta da sempre e per ogni Nazione legittima, determinante carta di identità: lapalissiano che si fa apparire al visitatore ciò che si vuole che il visitatore veda. Ma qui scavo e scavo ancora...voglio strappare la carta da parati ma continuo a scoprire, oltre all’ovvio, umano dolore ed ai fisiologici, personali Credo, una sconfinata Grazia. Se qualcuno di Voi, in nome della sua Giustizia, volesse abbattere la scure sopra il tronco che reputa malato, ne osservi prima le radici: troverà quelle del bene e del male, infeconde o fertili, eppure tutte intrecciate nel cuore silenzioso della terra. In aereo, direzione Europa, guardo ‘My Cousin Rachel’; nuovo film di Roger Michell con Rachel Weisz, basato sull'omonimo romanzo di ambientazione ottocentesca scritto da Daphne du Maurier, l’autrice di ‘Rebecca, la prima moglie’. Godo della recitazione della Weisz, ma la pellicola incespica tra paesaggi spettacolari e una trama ammorbante, in sonno.

Come questa nostra amata Italia (affondata nel suo bel mare) alla quale, sempre e nonostante, faccio ritorno.







*Mi rifaccio a Kahil Gibran de The Prophet, di cui consiglio la lettura.


































1 commento:

  1. ...Se qualcuno di Voi, in nome della sua Giustizia, volesse abbattere la scure sopra il tronco che reputa malato, ne osservi prima le radici: troverà quelle del bene e del male, infeconde o fertili, eppure tutte intrecciate nel cuore silenzioso della terra...

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