domenica 28 gennaio 2018

Criminalità organizzata, mala politica









Rifletto sul disastro ferroviario di Pioltello. Criminalità organizzata è la corruzione che sta facendo del Paese sempre più una terra di sfruttamento per la grande speculazione, amici miei. Il controllo politico del territorio rappresenta una delle più significative pedine della scacchiera; è, principalmente, influenza sul potere politico. Non destino perciò sorpresa gli uomini politici che arrivano discretamente a patti con la criminalità organizzata locale, con tutte le conseguenze elettorali che è facile intuire. E’ evidente che è la criminalità ad imporre le sue condizioni ai politici sfruttandone le debolezze caratteriali, non il contrario. Basta eleggere e far eleggere amministratori e politici ‘amici’ per favorire i flussi delle spese pubbliche, sostenere alcune opportunità di guadagno e bocciarne altre: la presenza di amministratori comunali ‘morbidi’ vale ad evitare possibili freni a concessioni edilizie, agli appalti o ai subappalti.  Gli stessi docili che garantiranno alla popolazione quei servizi di ordinario clientelismo elargiti dai politici. Penso che il disastro ferroviario di Pioltello coi relativi, vergognosi, dettagli quali “Lavoratori pendolari carne da macello”,  “Carrozze vecchie di oltre quaranta anni”, “Un pezzo di legno a ‘sostenere’ un binario spezzato” –Secondo la cronaca odierna la Procura sta valutando l’inquinamento probatorio per i quattro ‘impiegati’ bloccati dalla Polfer in area sottoposta a sequestro- debba far riflettere, una volta in più,  sul fatto che in Italia la criminalità organizzata, e chiamiamola col suo nome; mafia, non può venire sconfitta senza una trasformazione risolutiva della mentalità, della società, delle condizioni di sviluppo del Paese. Nel caso in oggetto le indagini scoperchiano il segreto di Pulcinella; la guerra di sempre che coinvolge da una parte la Rfi per la gestione dei binari, dall' altra Trenord, per quella dei treni. Una gara d’interesse giocata sulla pelle di quanti non sanno;  i convogli pare fossero del 1980, i binari pare avessero non più di sei anni.

Credo, sono convinta che una forte autocritica debba partire, comunque e principalmente, dalla parte intellettuale del Paese, votata, per dovere, all’informazione pulita, senza censura.

Topolino è un cartone, invece Superman esiste davvero”, asseriva convinto uno dei ragazzini di ‘Stand by me’. L’errore più grande è il pensare che una mafia, LA mafia, esista soltanto in Sicilia; che quasi orgogliosamente appartenga alla Sicilia. “Crimine organizzato io lo chiamo mafia”, ripeteva ai suoi fidati Rocco Chinnici. La criminalità organizzata è tragicamente ancorata alle radici dell’intero Paese Italia, supplisce dove lo Stato manca, E’ già Stato. Del resto, la sola possibilità per lo Stato di segnare un’inversione di rotta potrebbe consistere nel garantire un livello minimo di convivenza civile, una forma minima di ‘contratto sociale’, per citare Rousseau. Le azioni della criminalità sono frutto di ideologia e subcultura; il crimine organizzato, sovente sottovalutato dalla massa e protetto da omertà e convenienze, parte dagli stessi piccoli centri di provincia. Inizia nel poliziotto incaricato, in Questura, di raccogliere le denunce, che ride davanti all’esposto sulla violenza subìta dalla donna del paese perché la cosa, resa pubblica, andrebbe a infastidire un Sindaco assente (“Le consiglio di lasciar perdere la denuncia, sono cose lunghe...”), passa per un prelato che insabbia tramite assegno i casi di pedofilia o cela le ruberie dei responsabili dei prodotti di prima necessità destinati ai poveri del luogo. Si arriva ad un servizio sociale colluso, mosso da palese conflitto d’interessi, dove una ‘responsabile’ di case famiglia è la stessa che vira i profughi, nuove fonti di ricchezza per associazioni viziate & C., alle sue comunità; un’altra risulta paradossale ‘tutore legale’ di prostitute e suicidi,  adottati su carta per gestirne il reddito e palesemente abbandonati a loro stessi (su Servizi Sociali e corruzione: https://giovannamulasufficiale.blogspot.it/2017/02/lanusei-quando-la-speculazione-di-pochi_84.html ).

Il controllo delle gare di appalto pubblico: criminalità è il cercare d’imporre ai cittadini onesti, tramite violenza fisica o intimidazioni, l’idea, ad esempio, che una cabina ENEL, lasciata pericolosamente operativa al centro di un parco giochi sorto per far incassare i quattro amici che hanno portato voti al sindaco; sia legale e inoffensiva.

Non importa se l’impresa che si è aggiudicata i lavori sia sarda, campana o francese. Quale che sia la sua provenienza, l’impresa che vuole conquistare l’appalto deve sottostare a precisi requisiti;  il condizionamento delle gare di appalto si realizza sia nella fase di aggiudicazione dei lavori -di cui gli imprenditori conoscono i meccanismi e sono in grado di influire sui funzionari preposti-, sia nella fase di esecuzione delle opere; chiunque si occupi di lavori pubblici, nel mezzogiorno in genere, sa bene di dover acquistare il materiale da un fornitore anziché da un altro. La carta vincente di queste imprese è scoraggiare i concorrenti con l’intimidazione e la violenza, la possibilità di accedere a crediti agevolati. Ma c’è anche la corruzione qui tam (“Qui tam pro domino rege quam pro se ipso in hac parte sequitur”: “Colui che si fa parte in causa sia per il re che per sé stesso”): la corruzione attuata da coloro che gestiscono i poteri dello Stato, a favore dei detentori della sovranità reale; a favore del re, dei poteri forti. Come la stessa Storia, notoriamente ad usum delphini; scritta dal più forte. In realtà l’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata si rivela emozionale, mutevole. Giustificato, per dirla alla Falcone, dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica. Per vent’anni l’italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia Cristiana, ha monopolizzato il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo l’opposizione anche nella lotta alla mafia non si è sempre dimostrata all’altezza del suo compito, mescolando la lotta politica contro la DC con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati alla mafia, o nutrendosi di preconcetti: “Non si può far nulla fino a quando al potere ci sarà questo governo e questi uomini”.

Criminalità. Può essere una Polizia che controlla solo l’ingresso del fatiscente Liceo negli orari in cui, è risaputo, minorenni si prostituiscono all’interno, nei bagni, per cinque Euro di carta telefonica, altri ragazzotti spacciano droga ai compagni di banco. Bidelli e insegnanti, come la redazione del modesto quotidiano di provincia voltano la testa da altra parte;  il tutto creerebbe scandalo sulla dirigenza nichilista, la stessa che muove davvero i fili di assunzioni, dimissioni, licenziamenti  (Vai al pezzo, ‘Quei fiori nel fango’: https://giovannamulasufficiale.blogspot.it/2015/09/quei-fiori-nel-fango.html ).
Amo chiamarla ‘professionalità nell’impegno civile’. La criminalità organizzata, le micro lobbies di potere radicano in primis nella testa dell’italiano medio, dove perdurano misoneismo, timore di uscire dalla massa quindi perdita delle sicurezze, seppure poche, raggiunte; paura di abbandonare i valori formali che si conformano perfettamente al credo borghese. Criminalità e omertà divengono una cultura, un’identità, perfino un’abitudine, addirittura una sicurezza; quel bisogno che lo Stato non sazia, in un sistema alimentato efficamente da connivenze. La criminalità mangia dallo Stato, adatta il proprio comportamento al suo. L’italiano medio -storicamente non votato, pure se in diritto, allo scontro fisico- sa bene che per poter vivere nell’ambito di strutture sociali amministrative e politiche più forti della sua organizzazione, deve simulare comunque cortesia e rispetto; è consapevole che in caso di guerra (“guerra vera”, cit. G.Falcone) verrebbe inevitabilmente sconfitto, pertanto deve accontentarsi della modesta battaglia, subire la legge dominante. Ad oggi, considero rozzezza intellettuale la sottovalutazione del fenomeno criminalità organizzata –fenomeno che sappiamo, in prima istanza, socioeconomico- e i rischi ad esso legati; la criminalità non è figlia del sottosviluppo come in troppi ancora credono, essa rappresenta la sintesi insolente (l’arroganza fornita dall’impunità) di tutte le forme di sfruttamento illegale delle ricchezze.  La criminalità va considerata come NON normale –normalità significa fine dell’interesse della massa, accettazione nichilista di una realtà nonostante evidentemente marcia-, e professionalità nell’ impegno civile significa avere la piena consapevolezza che la denuncia di un singolo non basta, la conoscenza dei fatti non deve focalizzarsi solo su una singola persona ma è frutto di un impegno, una dedizione comune.

D’altra parte occorre fissare il concetto che polizia e magistratura si occupano anche di reprimere, tramite abusi, omissioni, parzialità o false rappresentazioni dei fatti e altri mezzi dubbi, comportamenti in sé eccessivamente onesti o consequenziali rispetto ai valori costituzionali; questo aiuta a spiegare molte loro posizioni, così che crimini di alto livello sono attivamente protetti e favoriti da polizia e magistratura (Vai al mio su ‘Servizi Segreti e strategia della tensione’ https://giovannamulasufficiale.blogspot.it/2017/03/servizi-segreti-e-strategia-della.html ).

Anche perseguitando chi denuncia; quelli che nel 1956 Piero Calamandrei, grande giurista e grande politico della nostra Costituente, nell’arringa difensiva per Danilo Dolci chiamò “insopportabili importuni”.

Apparenza? Bugia? Difesa del più debole ma, in realtà, il potere ha sempre ragione?.  Le Leggi non servono, se non sono sostenute da una precisa volontà politica e soprattutto se le strutture non sono dotate di uomini professionalmente qualificati, rigorosi. (“Io conservo l’opinione di quando ero ragazzo, per me  i magistrati sono sacerdoti civili”. Giulio Andreotti, dopo essere stato assolto insieme a G. Badalamenti per l’omicidio Pecorelli, 2004.

Amanda Knox: “Ho ancora fiducia nella giustizia italiana, ci credo ancora, pensavo di tornare a casa per Natale invece devo aspettare.”. 9 dic 2009. ANSA.

“Gli Stati Uniti apprezzano lo scrupoloso riguardo con cui il caso (di Amanda Knox) è stato trattato dal sistema giudiziario italiano”. Così il portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, ha commentato la notizia dell’assoluzione in appello di Amanda dall’accusa di omicidio di Meredith. Nuland ha aggiunto che “L’ambasciata a Roma continuerà a fornire assistenza consolare ad Amanda e alla sua famiglia.” .  4 ott 2011. AGI.

In base alle cronache recenti la Knox è impegnata negli States in un ‘tour’ tra i collegi americani, retribuito ben 9 mila dollari, per parlare del caso Meredith Kercher.).

Le finte dispute stabiliscono falsi dilemmi; e più risultano teatrali meglio riescono. Certe contese ingannatrici per la massa ingenua, come quelle tra un Berlusconi e un Renzi,  o dei sindacati Vs destra ‘padrona’ e sovvenzionatrice, sono inscenate continuamente; l’accettarle come sincere, scegliendo per l’ennesima volta di parteggiare per l’uno o l’altro dei contendenti e tacciando di ‘complottismo’ chi avanza dubbi, certamente non depone a favore della parte pensante della popolazione. Vero è che per i partiti il mezzogiorno rappresenta spesso solo un serbatoio di voti: è fin troppo chiaro a quali fini immediati, tipicamente preelettorali, dall’orizzonte limitato a qualche mese o qualche settimana risponda la scelta politica degli stanziamenti di aiuti. Ecco la ragione per cui la teoria delle due Italie, l’europea del nord e l’africana del sud, potrà essere contestata solo dopo la sconfitta del crimine organizzato e la cosa più complessa da abbattere resta il rapporto di interesse o di potere, la mescolanza fisiologica tra società sana e società corrotta.

Dico, in Italia, paese intimamente vaticanista, non si contesta veramente l’autorità. Se ne può contestare una parte, ma allo scopo di sostenerne un’altra. Deve tuttavia esserci un’autorità da onorare; un padre, sacro anche quando padrone, a cui obbedire illimitatamente ricevendone in cambio amore e tutela. In Italia non si combatte contro il potere ma tra pari, per assicurarsi l’indulgenza del potere; come ha osservato Umberto Saba, che ha scritto che gli italiani differiscono dagli altri popoli in quanto non sono parricidi ma fratricidi: non “uccidono” il padre –secondo l’espressione con la quale Freud indica la via verso la maturità– ma uccidono i fratelli, per ottenere l’esclusiva dell’amore del padre.

Quei grandi Magistrati che mai avrebbero voluto diventare eroi (tristo è lo Stato che ne necessita) e che hanno segnato la Storia d’Italia seppure tragicamente, erano convinti che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno dei sacrifici individuali; la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di una istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità e responsabilità, quindi la vulnerabilità dei singoli operatori.

Sono convinta che un regolare atteggiamento valutativo ergo critico dei cittadini nei confronti del potere sia componente necessaria all’autentica democrazia; è fisiologico che il potere mai distruggerà se stesso, esso mira ad incanalare e addormentare il dissenso mettendolo nelle file del pifferaio di turno, del buon pastore che ricondurrà le pecore all’ovile (Vai al mio su ‘Distrazione delle Masse’: https://giovannamulasufficiale.blogspot.it/2014/10/la-distrazione-delle-masse-come.html )











Approfondimenti consigliati:







Ermanno Taviani, Giuseppe Vacca: ‘Gli intellettuali nella crisi della Repubblica, 1968-1980’, Viella, 2016

Michele Viterbo: ‘il Mezzogiorno e l’accentramento statale’, L.Cappelli Editore, 1923

Franco Battistrada: ‘Per un umanesimo rivisitato. Da Heidegger a Gramsci, a Jonas, all’etica di liberazione’, Jaca Book, 1999

C.G. Jung, ‘Il libro rosso’

Giovanni Falcone, Marcelle Padovani: ‘Cose di Cosa Nostra’,

Fabbri-Corriere della Sera, 1995

Eugenio Guarino: ‘La Mala Vita’,  G.Picchetto & C., 1906





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