domenica 8 aprile 2018

E una mattina era accaduto







Era accaduto una mattina, così, in una folata di vento di maggio era accaduto.
Abbaccai era andata a visitare don Cristoforo dopo la messa funebre. Voleva salutarlo, chiedergli se andava meglio perché, in verità, sentiva nostalgia di quella voce dolce e rassicurante, dei modi da gentiluomo continentale, dei consigli e le immagini dei santi che ad ogni visita le regalava invitandola a pregarli. “C’è un Santo per ogni male”, ripeteva il giovane parroco.
La notte precedente Abbaccai, dalla sua stanza, aveva udito zia Annicca, la vecchia strega, mormorare preghiere incomprensibili, parlare nel buio o col buio: pare che per tutta la notte fosse rimasta sveglia a cianciare ai fantasmi perché la mattina, quando la ragazza si era alzata per scaldarsi il latte, l’aveva trovata addormentata sulla sedia a dondolo, di fronte al focolare e le braci, il capo poggiato sulla spalla, il rosario stretto nel pugno e il libricino dell’Antico Testamento spalancato tra scialle e petto.
Ai suoi piedi un piatto con acqua e olio, una bottiglia piena a metà di vino rosso già aceto, una croce in legno, un’ immagine dei Santi Cosma e Damiano.
–Sto aiutando una persona a vincere la sua battaglia...-, aveva detto thia Annicca quando Abbaccai le aveva chiesto il perché della notte in bianco,
-...Ma la tentazione è più forte-.
Fu quando Abbaccai si curvò per raccogliere una rosa curiosamente caduta dall’altare proprio nell’istante in cui ci passava davanti per andare in sagrestia,
che una mano le calò sulla spalla, costringendola a voltarsi.
-Don Cri…?- mormorò Abbaccai.
Don Cristoforo era lui ma…non era lui…non sembrava lo stesso don Cristoforo di tre settimane prima.
Questo…questo uomo aveva la barba lunga, gli occhi fuori dalle orbite e le labbra strette.
Abbaccai cercò di parlare ma non riuscì.
-Ti avevo detto di non tornare qui- fece il prete, -…tu…sei peccato…tu…te la stai cercando…-
(te la stai cercando te la stai cercando te la stai cercando)
La ragazzina si divincolò d’istinto, indietreggiando fino a toccare la parete
-Se ti avvicini ti ammazzo, hai capito bene?Ti ammazzo!-, gli fece
l’altro si lanciò su Abbaccai ruggendo, lei rimase dov’era. Urtò inavvertitamente con l’anca il candelabro che vacillò, si esibì in un giro di valzer, le cadde accanto. 
La ragazzina caricò tutto il peso del corpo sulla cassapanca spingendola su e verso l’ uomo, con un tintinnio musicale bottiglie e vasi si rovesciarono sul granito della chiesa, andando in frantumi. Schegge di vetro partirono in ogni direzione, Abbaccai alzò un braccio per farsi scudo agli occhi.
E il prete le fu sopra. La rovesciò sul granito: un tonfo sordo, una fitta alla nuca, una luce bianca esplose ad Abbaccai nella testa. Ora, l’aveva sopra di lei.
Si limitò a fissarlo con dolente solennità infantile, silenziosa, mentre le mani di lui le sollevavano la gonna frenetiche, le allargavano le gambe e frugavano graffiandola, ferendola ancora, ficcavano gli artigli nella carne pura e risalivano ai seni, li strizzavano mentre il fiato aumentava, roco.
Pareva che il suo intento ora non fosse più solo quello di violentarla, ma di ucciderla direttamente.
-Peccato…il peccato sei-, ripeteva don Cristoforo e un rivolo di saliva gli colava sul mento.
Togliere il peccato dalla faccia della terra, lavarselo dalla pelle e il sangue.
E lei seppe, in quel momento sentì con matematica certezza che lui l’avrebbe fatto: vide chiaramente la scena, con una sensazione di estraniamento che la sconvolse forse più delle mani aliene sulla sua carne. La vide in un flash, un attimo.
Vide lui che si rialzava dopo, vide lui che le chiedeva perdono e mentre lei sconvolta si aggiustava le gonne per fuggire lo vide che, muto e lestro, la raggiungeva alle spalle, la strangolava, la lasciava sul granito, morta. Lo vide che la raccoglieva da terra guardandosi attorno, la nascondeva in sagrestia chiudendo la porta a chiave e aspettando la notte. Lo vide dare messa come nulla fosse accaduto, solo più pallido del solito ma “...è un continentale, ha sangue allungato con acqua lui”, vide le vecchie bisbigliarsi sorridendo tra un rosario e l’altro.
La notte, mentre l’ultimo ubriaco camminava incespicando dall’ unica bettola del paese alla casa; ecco don Cristoforo che rientrava in sagrestia, la raccoglieva dal suo angolo, le accarezzava i capelli, la baciava sussurrandole all’orecchio di averla amata davvero lui, ma il peccato non aveva diritto di restare sulla terra, andava lavato perché poteva portare ancora in tentazione. Infilava il corpo della ragazzina dentro un sacco di tela grezza, quelli usati da thia Annicca per conservare i resti dei cibi da dare ai maiali, e, caricandoselo sulla spalla, lo portava giù al fiume. Non c’erano carabinieri in ronda quella notte, non a quell’ora. Abbaccai vide la vecchia strega Annicca segnarsi e segnarsi e piangere la sua scomparsa nella cucina di casa Spano, tra acqua, olio e vino e immagini sacre.
Vide don Cristoforo tirarla fuori dal sacco e deporla amorevolmente ai piedi del vecchio albero di noce, poggiarla seduta, la schiena al tronco e le gambe leggermente divaricate, le gonne lunghe a coprire le ferite, il capo chino come una Madonna addormentata.
Lo vide piegare il sacco con la stessa flemma cerimoniosa di quando, durante la messa, alzava l’ostia al cielo per benedirla e poggiarla tra le labbra di turno. Lo vide mettersi il sacco sotto il braccio e, senza voltarsi indietro, prendere la via del ritorno. Poi, ancora, lo vide ritornare in chiesa e pregare fino all’alba, chiedere perdono e avere l’assoluzione da sé stesso,che in fondo non aveva fatto altro che liberare il mondo dal peccato. E lo vide pure, qualche anno dopo, buttare gli occhi suoi chiari, consiglieri e puri, su Lisetta Demuru, la figlia del farmacista del paese, che solo tredici anni teneva ma un seno di donna fatta.
Ecco, tutto questo Abbaccai lo vide in un istante, un flash.
E mentre don Cristoforo emetteva un grido soffocato, lei lo colpì dietro la nuca col candelabro.
Lo colpì una, due volte, tre, fino a quando la testa sussultante dell’ uomo non rimase ferma, bloccata sulla sua spalla, continuò a colpire il morto fino a che non sentì il sangue di lui scivolarle sul seno, il collo, i capelli già umidi dal pianto.
Attese il buio nascosta in sagrestia, disperata e violata ma viva, corse attraverso la campagna fino a  casa di thia Annicca che già l’aspettava, che già sapeva. E la vecchia nulla disse, solo l’abbracciò stretta, la lasciò piangere, la lavò e su ogni ferita, biascicando preghiere e gesticolando, poggiò un bacio.
-Resta qui a riposare. Ti guarderà la luna.
E’ l’inizio, Abbaccai mea-, le mormorò prima di uscire.
Abbaccai non capì, ma non chiese. Si addormentò esausta, singhiozzando.
Quella notte ebbe la sua prima mestruazione; a lavare la violenza, a lavare via la sua infanzia.
Di don Cristoforo nulla più si seppe,
ma i maiali della vecchia zia Annicca ebbero carne da mangiare (e non la trovarono molto buona, mi raccontarono loro stessi) per una settimana di fila.
Una vecchia megera del paese, già perpetua di don Cristoforo, mi disse in confidenza che tutte le volte in cui quella settimana passò davanti al recinto, i maiali le grugnirono dietro in latino.
Nessuno le credette.
Io si.







 (Estratto da ‘Nessuno doveva Sapere, Nessuno doveva Sentire’, romanzo)


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