giovedì 19 aprile 2018

La mia Terra





L’abbronzatura più ‘dignitosa’ è quella presa lavorando. Lentamente, dolcemente, riporto il nostro fazzoletto di terra alla vita; dopo tanto, forse troppo. Un merlo dal becco giallo osserva curioso; alterna i salti esperti tra i rami ad un canto che è melodia pura; parla di ciò che ha visto e vedrà, dei tempi andati e di quelli che verranno. Ma non capisco tutto, mi scuso con lo sguardo. Zappo, smuovo le zolle che amo sentirmi scorrere tra le dita: tra un gruppo impunito di margherite, un glicine ed un fusto di limone spunta una brocca appartenuta alla nonna; ogni giorno raccoglieva l’acqua alla fonte giù, oltre una ferrovia trista, la vedo scorrere tra i tetti incerti e ancora fumanti di un inverno che non vuole andare.
Mi raccontano, a volte con spavento, a volte con sorpresa infantile, che la sera in cui mia nonna morì, antica e buona strega sarda; il muro di recinzione del terreno che ora è il mio tremò un poco, e qualche grossa pietra, che la nonna aveva contribuito a cercare e porre, cadde sulla terra nuda.
Penso, voglio pensare che gli oggetti appartenuti in vita ad una persona, che in un modo o nell’altro sono stati vicini, compagni di cammino nell’esistenza terrena, smettano di ‘esistere’ quando chi li ha amati viene a mancare. Semplicemente finiscano come per omaggiare tramite un ultimo inchino, un saluto che rappresentano l’accompagnamento di colei, o colui, che li ha tanto amati in vita.
E, pure, rifletto su ciò che mi disse un poeta orientale amico: siamo sempre e comunque...il vaso, il nostro corpo, si può rompere, ma l’acqua che è contenuta non smette di esistere; l’anima, semplicemente, si sparge sulla terra e, da essa, è assorbita.
Cambia il contenitore ma l’acqua, ancora e sempre, c’è.
Buongiorno nonna.
Buongiorno, Amici e compagni di cammino.






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