domenica 8 aprile 2018

Lei attendeva, respirava ansando...







Abbrancava disperatamente il tronco nodoso e snello dello stesso sughero che l’aveva vista unirsi a Pascale per la prima volta.
La bocca era schiusa; vermigli petali in attesa erano le labbra, amaramente turgide, mentre i piedi, nudi nonostante la stagione, potevi scoprirli immersi nella terra grumosa e negra, ingravidata dalle ultime piogge.
Mariana aspettava e respirava ansando...l’avrebbe mangiato Pascale ché oramai, lei, non aveva più nulla da perdere nella vita.
Sollevò la lunga gonna, scoprì la pelle olivastra fino all’inguine. Arrestò i lembi alla vita; davvero pazzia e fame di amore l’avevano resa più bella con quegli occhi sempre in febbre, lucidi e vacui, e i capelli senza legge.
Il vento aveva preso a danzare tra gli abeti e una luna incerta di fine febbraio barbaricino,
l’odore di felce e muschio così potente da stordire.
Un’ombra più scura fece capolino nel sentiero, arrancando lentamente.
Mariana sorrise; eccoti, finalmente.
Accanto alla prima apparve una sagoma, e un’altra.
Il sorriso scomparve dal volto della donna quando la luna, beffarda, regalò luce a Mariedda e il suo ventre deforme,
a Brigitta Sanna ed Elisa Cadinu.
- Che volete? - sibilò Mariana; cagna torva, ferita.
- Tu mio marito lo devi lasciare stare-
- Ah! Forse è lui, che non vuole essere lasciato-
- I ... IO TI UCCIDO, PUTTANA MALEDETTA!-
Mariedda si scagliò sulla rivale artigliandole i capelli e il viso e il collo, graffiando alla cieca.
Rotolarono nel fango dello stesso dolore le tigri,
e un attimo era sopra una e dopo c’era l’altra mordendo e artigliando e imprecando. Mariedda avvertì una fitta lancinante al ventre, gridò di rabbia e dolore ma l’altra non si fermò: Mariana colpì e colpì ancora, più forte. Rotolarono fino all’orlo del precipizio come trottole impazzite.
-MADONNA NOSTRA!-, ululò Brigitta, -FERMALE FERMALE CHE S’AMMAZZANO TUTTE E DUEFERM... !- 
La terra molle sbriciolò sotto il peso dei corpi, fu un attimo e si franse. Cedette.
In quel, Pascale Murgia comparve sul sentiero tortuoso.
Vide le due comari chine sull’orlo del dirupo, sentì le grida e comprese.
Si fermò.
Chiuse gli occhi, si morse la lingua e raccomandò l’anima al demonio.
Prese a battere la fronte sul sughero dove, poco prima, Mariana D’Elia l’aveva atteso. 
Batté la fronte tre volte e abbracciò il tronco. Non urlò.
Come edera lo strinse, come avrebbe stretto Mariana e fatta sua, ancora una volta.
L’erba umida s’increspò al vento, assecondandone i soffi.
E l’edera rimase ancorata al sughero, senza parola o pensiero.
E così rimase, e rimase.
E rimase.






(Estratto da ‘Il Rumore degli Alberi’, novella)


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