mercoledì 11 aprile 2018

Se Aquila Sei, e sarai






Giona saltò dallo scoglio, si piazzò a gambe larghe e le braccia lungo i fianchi dinanzi al mare. Le onde, dolci, carezzavano caviglie e i piedi nudi; la ragazzina le avvisava fredde, flemmatiche.
Giona fissò, sfidandola, quell’immensa distesa salata.  Tolse la maglietta logora, srotolò la garza che teneva fermo e piatto il primo, prepotente, accenno di seno. Si spogliò dei jeans, quindi levò gli stracci posti ad assorbire, tamponare il flusso della sua nuova vita; le parvero maldestri, quasi timidi. Spiò fiera e intimorita l’estesa macchia rossa sul tessuto. Ma come era possibile sanguinare tanto senza morirne? Le pareva di essere il rubinetto della casa di nonna Giovanna, che gocciolava notte e giorno, notte e giorno.
Si avviò verso il mare.
Entrò nell’acqua fino alle natiche, si spinse lungo un sentiero immaginario arrivando alla vita e ancora più su, al petto.
Sciolse la massa ardente di riccioli castani, chinò all’indietro il capo per battezzare anch’essi e così rimase, sospesa tra cielo e acqua finalmente, il friggere inquieto e sbadato del mare nelle orecchie, il vento su occhi chiusi, su naso, bocca.
Immerse totalmente la testa assaporando dentro l’autentico linguaggio degli elementi; il loro tocco, quel saluto.
Fu quando scese la notte che sgusciò fuori della camera attraverso la finestra. Corse fondendosi col latrato dei cani e il vento tiepido e salmastro di fine maggio, corse col naso all’insù a sfidare le stelle ed un esile falce di luna ad occidente Giona,
col fiato mozzo di chi ha corso da quando ha visto la luce e la rabbia della miseria.
Giunse all’ingresso della grotta di Severina e fece per entrarvi, ma esitò.
Girò attorno all’incavo tra scogli, mare e fusti nervosi di fico d’India; l’antro appariva caliginoso, fetente, stretto, profondo. Vi si piantò di fronte coi pugni sui fianchi.
Fu Severina a raggiungerla, all’esterno della grotta.
Alla luce incostante e morbida del carro dell’orsa minore, persino la strega guercia era quasi bella; lei e i suoi fili di cenere impiccati da scortesi forcine d’osso, quei quattro denti d’oro tra gli altri marcescenti.
Eppure…eppure qualcuno, fra i pescatori, ancora osava dire che Severina la megera, “...Cussa bagascia eccia ‘e Severina”, in passato, era stata bella come Afrodite. Che aveva amato di un amore profondo e ossessivo solo un capitano di marina, e per un mese appena.
Trenta giorni. “...Trenta giorni in cui i loro richiami d’amore risuonavano in tutta la costa, accidenti a loro… “, raccontavano i pescatori.
Lei rimase incinta e lui partì.
Diavolo, se l’amava, quel bastardo di un figlio del mare...nessuno la ricordò più bella che in quei trenta schifosi giorni. Uscì di senno alla partenza di lui. Dicono che la videro partorire la sua creatura e mozzarne il cordone ombelicale coi denti, muta e accovacciata come una cagna sugli scogli…di quel bambino non se ne seppe nulla.
L’avrà mangiato il mare… .
– Giona… ti aspettavo –, fece la strega in uno squittio. Mosse impercettibilmente gli angoli delle labbra. Era un sorriso.
– Io… –
– So perché ci sei, le voci girano in fretta per gli scogli parlanti. Hi hi hi hi hi hi!!!. E sai quanto tua madre, povera figlia, mi fosse amica… era l’unica ad avvicinarsi alla mia grotta senza paura, da femmina a femmina, non da femmina a bestia. S’avvicinava piano ché non la sentissi e non la scacciassi e me la trovavo qui, davanti agli occhi e al cuore. Lei sapeva sorridere senza farlo e capiva tutto… eeeeh, se capiva! Ciò che non capiva con l’intelligenza la capiva col cuore; e a guardarti ti frugava l’anima, passata e presente. Come te. 
Tu non sei fatta per belare con le altre pecore e il tuo domani è già oggi, bambina. Aquila sei e sarai. Ascoltami bene, Giona mia–  (...).



(estratto da 'Lughe de chelu', pubblicato in terza edizione ne gli States per La Case. autobiografia romanzata e manifesto contro la violenza sulla donna.)


Nessun commento:

Posta un commento

Novità in Libreria per il 2018 / 2019

Cari Amici, Cari Lettori, Cari Operatori culturali, Intanto desidero scusarmi con Voi Tutti per una certa mia prolungata assenza, ma...