martedì 7 agosto 2018

Disquisizioni su Coscienza e Inconsapevolezza, Tempo ( appunti, 2018: l’irrimediabile condizione di esseri individuali come origine primordiale del dolore umano? )









(Secondo Saussure, Ermogene vince su Cratilo:
le parole significano thései per convenzione, e non phúsei, per natura.
Vedo interessante, nel Cratilo platonico, la posizione di Socrate.
Il filosofo sostiene prima l’uno poi l’altro dei due avversari... Così anche per Gérard Genette, che considera i due momenti non come contraddittori, bensì come complementari... .)





(...) Einstein confidava: “La questione più grave che si possa porre sulla vita è di sapere se l’universo manifesta benevolenza o ostilità nei nostri riguardi”. Vero è che mentre Dio, per l’Occidente, moriva, o meglio moriva la fede in lui, in troppi hanno attivato il pilota automatico.
E la Scienza, da sempre inneggiata per razionalità, per quanto ‘libera dai presupposti’; in realtà si fonda su uno sproporzionato, sottovalutato presupposto: quello del raggiungimento di una verità a qualunque prezzo...Ma, mi domando, che verità è quella che deve comunque corrispondere ‘all’esterno’ all’intimo pensiero dell’uomo?.
Coincidenza voluta fortemente quindi cercata, ergo...Trovata?.
Spiegazioni della realtà non propriamente imparziali ma stime comunque morali, posizioni non disinteressate di fronte alla vita ché, lapalissiano, la conoscenza è ritenuta attendibile quando la geografia del mondo che abbiamo in testa corrisponde col mondo fuori.
Ora, senza negare il ruolo importante della razionalità scientifica nello spezzare le catene del dogmatismo religioso, è innegabile che scienza e religione non sono così diverse come presentate da una versione ufficiale.
Rifletto sul mito di Edipo: una volta venuto a conoscenza della verità (ha ucciso suo padre e sposato la madre) si cava gli occhi, ovvero s’impedisce di vedere la realtà. In uno dei miei racconti riporto la figura della nonna della protagonista, divenuta cieca perché, ripeteva ai nipoti, “...Non volevo più vedere tutta la cattiveria del mondo.”.
Si narra che il Re Mida, tanto ansioso di conoscere Sileno, tutore del giovane dio Dioniso e in grado di predire il futuro; spedì nei boschi i suoi servitori per farlo ubriacare quindi catturarlo.
Avutolo davanti, il Re domandò al vecchio bevitore saggio: “Qual è la cosa migliore per l’uomo?”.
Sileno rimase in silenzio poi, di fronte alle insistenze di Mida, rispose ridendo -Come di noi uomini ride, forse, la stessa esistenza-:
“Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile:
non essere nato, non essere, essere niente.
Ma la seconda cosa migliore per te è morire presto”.
Conferma, appunto, del carattere beffardo della vita, presente in tutte le culture.
Così come Dioniso, ucciso e smembrato dai Titani, l’uomo.
Come la verità, sparpagliata attraverso pezzi di specchio sulla terra, noi non siamo che un frammento strappato alla totalità; e questa nostra irrimediabile condizione di esseri individuali è l’origine primordiale del nostro dolore.
Il messaggio del Mito riguarda la non possibilità di cogliere la verità di Sileno usando unicamente l’intelletto (...e la morte di Dio ci consegna –finalmente- al Nulla assoluto ché pregiudica l’annullamento della stessa possibilità di dare un senso ed un fondamento alle cose?.
*Non credere in Dio significa non voler credere in Dio.)
Noi, “Incapaci di scagliare la freccia al di là dell’uomo”. Se, insomma, il mondo è essenzialmente caos, privo cioè di ogni ordine e per Natura, qualsiasi sforzo di mettere ordine nel mondo, di proiettare su di esso leggi che lo rendano comprensibili all’uomo, comporta lo sforzo di ghermire l’ imprendibile, di governare la natura irriducibilmente sovversiva delle cose. Assassini di un dio e, insieme, le sue vittime.
Assassini di Dio che si comportano come se l’omicidio non fosse avvenuto: non preparati, come siamo, a ciò che mette in pericolo la mediocre quiete del presente; all’abbandono della poltrona in prima fila.
Così intesa, la conoscenza può risultare rischiosa: diviene atrofizzante, devastatrice. Come posso vivere se, qualsiasi cosa io faccia, sono destinata al non senso di Sileno?. Una soluzione, oltre al mettere volutamente fine ai miei giorni, potrebbe rappresentarsi nella meditazione costante: svuotarsi da se stessi, rifugiarsi nella propria interiorità limitando al minimo il desiderio, causa ultima della sofferenza. Ma così non è vivere.
La saggezza, dunque, può rivoltarsi contro chi la possiede.
E quanta verità siamo capaci di sopportare, senza venirne schiacciati?
Quanta luce, prima di esserne accecati?
Ragione e istinto... .
Nel Fedone di Platone, nel bel mezzo della discussione sull’immortalità dell’anima e sul destino finale dell’uomo, si legge:
“Trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri come stiano le cose, oppure scoprirlo da se stessi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare e, su quello, affrontare il rischio della traversata del mare della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, cioè affidandosi a una rivelazione divina”.
La capacità di sconfessare la vita vivendola attraverso l’unica idea di tempo a noi umanamente concessa?.
E soprattutto a che corrisponde, e perché, questa umana ‘idea del tempo’? (...). Rifletto che nel suo ‘paradosso dei gemelli’, Einstein ipotizzò che il gemello che viaggia in una navicella spaziale invecchierà più lentamente rispetto al fratello rimasto a terra. Agli inizi degli anni Settanta furono testati gli orologi atomici: uno a terra e uno in volo a bordo di un Boeing 747. E, in effetti, l’orologio sull’aereo rimase di una minuscola frazione di secondo indietro rispetto all’orologio a terra. 
In seguito, nel 1916, Einstein fu in grado di allargare le sue idee sulla relatività sino ad includere gli effetti della gravità e della massa, e quindi di rifondare la meccanica newtoniana in un contesto relativistico. Grazie alla teoria generale della relatività, sappiamo che anche la gravità ha effetto sul tempo: tanto più grande è la forza di gravità, tanto più il tempo passa lentamente. Se il gemello sulla navicella spaziale viaggia verso un buco nero (il residuo di una stella massiccia collassata, intorno alla quale la forza di gravità è immensa), lascia l’astronave e cade verso di esso, nel momento in cui si trova ad una certa distanza dal nucleo verrà visto, da un osservatore a bordo della navicella spaziale, ‘congelare’ nel tempo (anche se questo non avverrà nel suo sistema di riferimento; e sarà ovviamente schiacciato dalle ‘forze di marea’, tidal forces).
In teoria, il tempo potrebbe fermarsi come visto da un particolare sistema di riferimento.
Mi riallaccio al ‘Velo di Maya’, concetto addebitato erroneamente alla filosofia indù  e, in realtà, partorito da Schopenhauer ne ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’, pubblicato a Dresda nel 1819. Si fa riferimento al carattere illusorio del mondo: noi lo percepiamo come una serie infinita di fenomeni diversi ma la nostra percezione agisce come un velo (o un sudario, direbbe qualcun altro) che non ci permette di vedere come, dietro questa  molteplicità, si celi una realtà unica; LA realtà.
“...Sugli aspetti etimologici della questione, ricorderemo che la parola sànscrita māyā esprime ad un tempo le idee di produzione, arte, magia, illusione. Dunque di qualcosa o di un insieme che viene prodotto naturalmente, o mediante procedimento artistico o magico, e che comunque mantiene sempre in sé una natura essenzialmente illusoria. Illusoria, ma, si badi bene, non per questo irreale. (...) Nelle Upanishad esiste semmai il simbolo, ben diverso, della ‘rete’ divina, jāla, nella quale sono impigliati tutti gli esseri viventi, ciascuno legato dal proprio nodo (...).
Di questo dunque si tratta (‘Velo di Maya’, N.d.A.), d’una gerarchia di gradi di realtà, tutti comunque l’uno all’altro collegati, dal più basso al più alto e viceversa. L’irrealtà anche di uno solo fra essi porrebbe infatti una cesura irrimediabile fra i diversi gradi dell’essere e dell’esistenza, e questo non può mai darsi secondo l’induismo.” (Cfr. : Prof. Alessandro Grossato, docente di Storia dell’Islam presso l’Università di Padova e di Geopolitica delle religioni presso l’Università di Perugia). 
Ora, l’estasi dionisiaca diviene un modo  di squarciare il velo di Maya, una maniera di sospendere la nostra coscienza separata al fine di sottometterci all’Uno-Tutto.
La verità della conoscenza si misura sulla sua capacità di trasformare colui che conosce; ed è per questo motivo che il sapere non può essere trasmesso; nasce da un’esperienza personale non direttamente comunicabile.
Riconciliare mente e corpo, ragione e istinto, coscienza e incoscienza.
Forse l’autentica misura del valore di uno spirito umano, rilevatore della sua grandezza (...).








Da ‘Riflessioni, Pensieri’ (II, 2018). Vai alla II parte del saggio, sull'essere e apparire 'umili', la Fede In e Perché?: https://giovannamulasufficiale.blogspot.com/2018/08/sulle-dinamiche-perverse-nelluomo.html


Approfondimenti consigliati:

Il Superuomo e la volontà di potenza, di Toni Llàcer, Il ‘velo di Maya’, un’invenzione dell’Occidente, di Alessandro Grossato, Il concetto di tempo, di Amir D. Aczel, Multiverso, rivista 









1 commento:

  1. ...“Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile:
    non essere nato, non essere, essere niente.
    Ma la seconda cosa migliore per te è morire presto”...

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Sulle dinamiche perverse nell’uomo: essere o dover apparire ‘umili’?. Fede ( appunti, 2018: l’irrimediabile condizione di esseri individuali come origine primordiale del dolore umano? - II )

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